Duecentocinquanta anni fa un pugno di uomini riuniti in assemblea, in rappresentanza delle tredici colonie inglesi nell’America del Nord, proclamarono a gran voce ciò che tutta l’umanità sapeva da sempre:
We hold these Truths to be self-evident, that all Men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness.
All men are created equal, tutti gli uomini sono uguali, e hanno diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità.
Verità incontrovertibili, evidenti, solari. Sulla base di queste verità, e con il desiderio di offire a queste idee delle ali, quegli uomini cominciarono a costruire una nuova nazione, gli Stati Uniti d’America.
Un lavoro titanico, viziato fin da subito dai paradossi e dalle contraddizioni di una società coloniale. Da una parte il Bill of Rights e gli emendamenti che garantiscono la libertà di culto, di stampa, di parola; dall’altra una massa enorme di schiavi neri, chini nei campi di cotone, senza alcun diritto e di cui si discute se abbiano o meno un’anima.
La tensione tra gli ideali fondativi della nazione e la realtà sociale ed economica dello schiavismo non poteva che esplodere, nel 1861, con la Guerra Civile Americana. Ma neanche il conflitto armato e i grandi propositi di Abraham Lincoln riuscirono a sciogliere i nodi di una matassa che, con gli anni, si è fatta sempre più intricata.
Così gli Stati Uniti d’America sono un paese di paradossi e contraddizioni ancora oggi. All’elezione di Barack Obama, primo presidente nero, segue quella di Donald Trump, apertamente razzista e misogino. La crescita economica che ha reso la società statunitense una delle più ricche del mondo non è stata in grado di assicurare la possibilità economica di curarsi a milioni di persone. Gli strumenti tecnologici che avrebbero dovuto connettere le persone e traghettarci nel futuro, sono invece utilizzati per confermare pregiudizi, costruire odio, erigere barriere, inventare e distruggere nemici.
In duecentocinquant’anni, gli Stati Uniti d’America non sono riusciti ad assicurare al loro popolo la giustizia sociale. E a cosa serve la libertà, senza la giustizia sociale? Sandro Pertini lo aveva capito, e lo ha detto a tutti gli italiani:
Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame. (Sandro Pertini, Discorso di fine anno, 31/12/1983)
E la fragilità di quella conquista la vediamo oggi, nel momento in cui il paese che ha costruito il trionfo della democrazia si avvia - nei fatti, se non formalmente - a smantellarla.
Oggi, 4 Luglio, anniversario divenuto goffa e pacchiana autocelebrazione per un aspirante autocrate, il primo Papa statunitense ha voluto visitare Lampedusa, per ricordare a tutta la comunità cristiana dov’è e cos’è la vera Fede.
Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. (Papa Leone XIV, Omelia pronunciata durante la celebrazione a Lampedusa, 4/7/2026)
Queste sono le nostre radici cristiane: dialogo, accoglienza, amore per il prossimo. È dunque ora di fermare la mano di chi avvelena quotidianamente la nostra società con l’odio, il razzismo, la menzogna.
Prima che sia troppo tardi.